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INTERVISTA ALL'ONCOLOGO VERONESI SUL TEST DEL BELLARIA

di Rosario Di Raimondo

 “La meditazione non guarirà il cancro ma sperimentarla sarà utile a tutti noi.”

« La sperimentazione della medicina tibetana nei malati oncologici è un’ottima decisione» il placet giunge da un’autorità indiscussa in campo oncologico, il professor  Umberto Veronesi, ricercatore di fama mondiale che ha dedicato la vita alla lotta contro il  cancro.
Dagli studi sui tumori mammari alla creazione dell’Istituto europeo di Oncologia, dai contributi ripresi dall’intera comunità scientifica, alla parentesi politica prima come Ministro della Salute e poi come senatore, ha trascorso oltre mezzo secolo nella Sanità.  Nei giorni scorsi ha letto della sperimentazione che partirà a febbraio all’Irccs Bellaria, dove il dottor Gioacchino Pagliaro, primario di Psicologia Clinica, porterà avanti uno studio sugli effetti della terapia tibetana “Tong Len” sui malati oncologici.
Uno scienziato che è abituato a confrontarsi con la realtà della malattia e con la sofferenza delle persone, non può certo sbilanciarsi sugli esiti di un test, soprattutto in mancanza di letteratura scientifica al riguardo.
Ma sull’importanza della decisione dell’Ausl di Bologna, Veronesi non ha dubbi: «La psicologia ha un ruolo fondamentale nel processo di guarigione. Da senologo dico sempre che non basta togliere il cancro da una mammella, bisogna saperlo togliere anche dalla mente».

Professor Veronesi, premesso che dovremo attendere i risultati della ricerca, come giudica il via libera a questa sperimentazione?
La meditazione in generale ha l’obiettivo di esplorare il proprio animo, inteso come pensiero e percezioni, alla ricerca del senso della vita. Nella cultura buddista significa anche ricerca dei corretti comportamenti per applicare l’insegnamento di Siddharta. Sono convinto che la riflessione profonda faccia bene a tutti.

Anche ai malati oncologici?
Quanto nei malati oncologici possa  migliorare l’accettazione della malattia  e aiutare ad interpretarla filosoficamente come parte della vita, ancora non sappiamo. Per questo attendiamo con grande interesse i risultati della sperimentazione. Il dramma del cancro dal punto di vista psicologico è legato alla mancanza, nella maggior parte dei casi, di una causa identificabile. Infatti la reazione più comune alla diagnosi di tumore è l’incredulità. La seconda è la ribellione ad una sensazione di ingiustizia per cui la persona si chiede: “Perché a me?”.  La religione giudaico- cristiana ha tentato di dare una risposta a questa domanda interpretando la malattia come punizione divina. Questa concezione permea ancora la nostra cultura e dobbiamo tenerne conto. La sperimentazione di Bologna ci permetterà di capire se la sperimentazione può rendere meno traumatico l’impatto della malattia oncologica sulla psiche, a prescindere dalle posizioni della fede.

Pur rimanendo nel campo delle ipotesi, crede che i benefici di una terapia del genere possano essere soltanto psicologici o anche fisici? La mente può “curare” il corpo come - in termini generali - il dottor Pagliaro lascia intendere?
Circa gli effetti fisici della meditazione ho molti dubbi. Ritengo improbabile che conduca alla regressione o all’arresto della malattia. Se per legame mente-corpo intendiamo la capacità del pensiero di far guarire un organo malato, sono molto scettico. Non ho mai visto far crescere una gamba amputata con la forza di volontà. Neppure far regredire una malattia oncologica.

Pagliaro applica la meditazione da tempo, ad esempio nell’ambito della terapia del dolore, ma anche in cardiologia o neurologia.
Dobbiamo però fare un distinguo. Se con “effetto della mente sul corpo” intendiamo una modifica degli stili di vita che porta a miglioramenti della stato di salute che possono a loro volta rallentare il decorso della malattia, il legame causa-effetto esiste.  Ad esempio non possiamo escludere che il digiuno o comunque una forte restrizione calorica possa contribuire ad un avanzamento meno rapido della progressione tumorale. La psiche, e dunque la psicologia, ha una grande importanza nel percorso di cura, ha un ruolo fondamentale nel processo di guarigione.

Quindi secondo lei, i benefici potrebbero riguardare la risposta psicologica alla malattia e non la    lotta alla malattia.
Non c’è dubbio che in generale la psiche abbia un legame con i nostri sensi e i nostri organi. Certamente una condizione di benessere psicofisico faciliterà le cure, aumentando l’adesione del malato alle indicazioni terapeutiche. Io sono un appassionato di grafologia e nelle mie osservazioni amatoriali ho sempre notato come attraverso il tipo di scrittura si possa individuare lo stato d’animo della persona e alcuni tratti del suo carattere. Va sottolineato che la partecipazione psicologica del malato non basta:  è necessaria anche quella del medico curante. Se il medico crea empatia col suo paziente, anche la malattia tumorale può essere vissuta meno drammaticamente.

Lei è direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia. Tra le vostre attività ci sono sperimentazioni che riguardano la medicina” non tradizionale”
Attualmente no. Anche per questo seguiamo con interesse la ricerca che si sta svolgendo a Bologna.


La Repubblica   12 gennaio 2013