IL COMPUTER PERFETTO

Così nasce D-Wave, il primo computer quantistico al mondo.
di Thomas Schultz
© 2013 New York Times - Traduzione Micaela Calabresi

D WAVE COMPUTER QUANTISTICOIl minuscolo marchingegno, collegato a un groviglio composto da cavi, placche di metallo e conduttori lunghi un paio di metri, è custodito in una scatola nera grande come una cassetta per gli attrezzi. All'interno la temperatura viene mantenuta costante, a una frazione di grado sopra lo zero assoluto (-273.15 gradi Celsius), e il silenzio e il buio sono totali. Solo così il mondo bizzarro della meccanica quantistica, un universo in cui ogni cosa è differente, può rivelarsi.
Alla periferia di Vancouver c'è un hangar che ospita una mezza dozzina di questi macchinari; è la sede di D-Wave l'unica azienda al mondo che produce processori quantistici programmabili. La D-Wave nata 14 anni fa da un gruppo di sognatori, dicono alcuni. Da una squadra di geni, sostengono altri. Al momento sembrano aver ragione i sostenitori questa seconda opzione.
La sua esistenza per molti anni è rimasta nell'ombra, nota solo a pochi eletti. I progetti sviluppati nei laboratori dell'azienda sono sempre stati giudicati, persino dagli esperti, folli e privi di realistiche prospettive. Ora invece l’ interesse nei confronti di D-Wave sta crescendo in maniera esponenziale.   
Certo, tra i motivi c'è il nome di uno investitori più recenti, Jeff Bezos, il numero uno di Amazon, una teste più brillanti in ambito tecnologico, che ha deciso di destinare alla D-wave vari milioni di dollari del proprio patrimonio personale. E nell'azienda, oltre a Bezos, ha investito anche la Q-Tel,  una realtà finanziata dalla Cia.
NeI frattempo, la D-Wave ha iniziato a  vendere i suoi primi computer quantistici a clienti come Google, la Nasa, e dal 2011, Lockheed Martin, azienda leader negli Usa nei settori dell'ingegneria aerospaziale e della difesa.
Finora, il bizzarro regno subatomico della meccanica quantistica, nella

percezione dell’immaginario comune era rimasto relegato in qualche luogo non ben definito  (non-luogo n.d.r.) tra Einstein e Star Trek.
 Si tratta di concetti complessi, ancora oggi inafferrabili anche per gli scienziati più brillanti, decenni dopo che geni della fisica come Werner Heisenberg,  Niels Bohr, e poi Richard Feynman, hanno formulato le loro teorie. In chiave tecnologica, i computer quantistici hanno un ruolo principale solamente nella fantascienza. Il mondo dei quanti è percepito come del tutto assurdo, poiché consente a due condizioni diametralmente opposte di verificarsi: acceso e spento, si e no.  Una realtà teorica nella quale un gatto può esser contemporaneamente vivo e morto: l’ha dimostrato il fisico Erwin Schrödinger, in un famoso esperimento mentale del 1935. Sino ad oggi gli esperti erano convinti che sarebbero stati necessari ancora decenni prima che potesse essere realizzato un computer in grado di elaborare le leggi della meccanica quantistica: 0 e 1 nello stesso momento, in condizioni di sovrapposizione.  Le conseguenze sarebbero incredibili, fantastiche verrebbe da dire, e, proprio per questo motivo, praticamente impossibili da immaginare. Ma Google ha già reso noto di aver sviluppato algoritmi basati sulla meccanica quantistica. E sembra che anche altri clienti della D-Wave stiano ottenendo risultati positivi dai propri esperimenti. Tutti sperano in qualcosa di grandioso: sognano una seconda rivoluzione informatica, auspicano passi avanti nell'ambito dell'intelligenza artificiale, forse una nuova industria nel settore IT (Information Thecnology), capace dì collegarsi in rete ai processori quantistici e sviluppare software finora inimmaginabili.
Sì, perché dominare il mondo dei quanti significa poter fare calcoli ad  una velocità notevolmente superiore-in teoria sino a  milioni di volte più rapidamente – di quanto accade oggi. Ciò consentirebbe di effettuare calcoli  impossibili per i super-processori “tradizionali", e trovare  soluzioni in tempi brevi a problemi che necessiterebbero di cento anni di calcoli. « La speranza è che i computer quantistici possano condurci a nuove scoperte, allo sviluppo di tecnologie capaci  di modificare in maniera sostanziale le nostre attuali metodologie di soluzione dei problemi». Lo dice la dichiarazione congiunta di Google e Nasa rilasciata a maggio di quest'anno in occasione dell'inaugurazione del Quantum Artificial Intelligence Laboratory (QuAIL, www.nas.nasa.gov/projects/ quantum.html).
Gli ingegneri di Google hanno detto che i calcolatori saranno utilizzati per la soluzione di problemi preclusi ai computer tradizionali, come  i  calcoli-modello relativi ai cambiamenti climatici, alle automobili prive di conducente, al riconoscimento vocale. Al contempo, la Nasa spera di usare questi  innovativi processori per scoprire nuovi pianeti simili alla terra, o per sviluppare  nuovi sistemi di propulsione per veicoli spaziali.  
«Ci troviamo di fronte a una rivoluzione simile a quella degli albori dell'informatica » dice Ray Johnson, ingegnere capo della Lockheed Martin  «Tutto ciò modifica in maniera radicale ciò che pensiamo dei computer. »
L'azienda sta facendo esperimenti con le macchine della D-Wave per  testare il corretto funzionamento del software dei suoi aerei militari, e per simulare gli effetti  di un'eruzione solare su un sistema di satelliti. Ma mentre alcuni già stanno fantasticando sulle nuove strade che questi processori apriranno, mentre altri più scettici si domandano se un simile sistema si potrà mai  davvero funzionare. Alcuni fisici sostengono che l’azienda non fa che produrre aria calda. Altri scienziati del settore sostengono che il processore è veloce ma solo grazie alle tecniche tradizionali, non certo per la meccanica quantistica. Il numero di critici è diminuito, ma non si è azzerato.
«E’ insito nell’essere umano rifiutare e criticare inizialmente tutto ciò che è nuovo, diverso» dice Eric Ladizinsky, co-fondatore e ricercatore capo della D.Wave.  Se vi venisse chiesto di individuare un fisico quantistico in mezzo ad una moltitudine di persone semplicemente dal suo modo di presentarsi, Ladizinsky molto probabilmente sarebbe l’ultimo che prendereste in considerazione: più che uno scienziato, sembra un atleta, col suo metro e novanta di altezza, il volto abbronzato e la t-shirt super attillata.
Ladizinsky, che oggi ha 51 anni, ha letto il suo primo libro sulla meccanica quantistica a 11 anni. «Ovviamente era scritto per profani», precisa. Non male comunque. Successivamente studia fisica alla University of California di Los Angeles, covando grandi sogni. Volevo sviluppare un sistema di propulsione a curvatura, il motore Warp di Star Trek per intenderci, sognavo di costruire una macchina del tempo» ricorda ora Ladizinsky. Finita l’università, il fisico viene assunto dalla Trw, un’azienda produttrice di satelliti. Nel reparto di tecnologia avanzata, viene di nuovo a contatto col mondo dei quanti, e lavora ad un  dispositivo che lavora sulle interferenze quantiche. Il momento decisivo,  il vero Big bang, arriva nel 1997, in occasione di una lezione tenuta dal fisico John Preskill.  Il professore parla delle fantastiche opportunità che verrebbero a crearsi se la fisica quantistica incontrasse l’allora emergente   industria dei computer.
In quel momento Ladizinsky prende la sua decisione: «questa è la cosa più straordinaria che abbia mai sentito. Costruirò un calcolatore quantistico! »
Convince il suo capo alla Trw a concedergli un giorno a settimana da dedicare a questo ambizioso progetto. Durante i primi due anni indaga a fondo sullo status quo della ricerca in questo ambito. Legge un libro sul Progetto Manhattan: dozzine di scienziati provenienti dalle discipline più diverse, chiusi in un laboratorio del New Mexico, avevano sviluppato, in pochissimi anni e dal nulla, la bomba atomica.
Ladizinsky trova la risposta all’annosa domanda: come si accelera il progresso? Ecco la risposta: «Per costruire un computer quantistico in dieci anni anziché in 50, devo dare vita ad un mini progetto Manhattan». Inizia a creare una rete di esperti di sistemi quantistici, e raccoglie fisici e ingegneri da ogni angolo del paese. A questo punto cera di copiare la metodologia sperimentata con successo dai realizzatori della bomba atomica, ricreando le combinazioni tra ricerca pubblica, sovvenzioni statali e interessi militari. Nel 2000 il governo statunitense viene a conoscenza del suo lavoro programma e decide di finanziare un progetto di ricerca e sviluppo gestito dalla Darpa (Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa), la stessa autorità che aveva avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di internet.
Ladizinsky vince il bando ma i 10 milioni richiesti arrivano in piccole tranche e divisi fra tante istituzioni. Seguono tre lunghi anni di costanti frustrazioni, di progressi ridotti all’osso. Ladizinsky rinuncia al progetto e ancor oggi non si può dire se sia stata fortuna o intuizione. Liberatosi della Darpa, di nuovo alla ricerca di denaro, Eric incontra Geordie Rose che negli anni 90, mentre studiava fisica alla University of British Columbia di Vancouver, aveva cominciato a interessarsi ai calcolatori quantistici. E Rose, all’epoca del suo incontro con Ladizinsky, gode di un vantaggio non indifferente: ha già trovato un finanziatore.
Corre l’anno 2003 e i due fisici decidono di mettersi in società, mentre Ladizinsky recluta esperti, Rose colleziona brevetti. Oggi nella lobby della sede centrale dell’azienda, ne sono appesi più di 100, uno accanto all’altro.
Il Lavoro procede rapidamente, anche perché la D-Wave ha deciso di non occuparsi di alcuni aspetti tecnici che avrebbero potuto benissimo risolvere altri. Invece di mettere in piedi internamente una mini produzione di processori quantistici, Ladizinsky si rivolge ad un produttore di chip che all’interno del suo processo industriale ha momenti di inattività e può mettere a disposizione di terzi i propri impianti di produzione. «L’unica cosa che ho dovuto fare, è stato spiegare all’esperto di semiconduttori come realizzare dei superconduttori» racconta il fisico.

Il primo sistema di processore quantistico è pronto a essere immesso sul mercato nel 2011: il suo nome è D-Wave One. Semplificando al massimo, funziona così: al centro si trova il Qubit, il bit quantistico. La differenza rispetto alle unità di misura dell’informazione dei computer classici, è sostanzialmente una: un bit tradizionale può essere on/acceso (1)  oppure off/spento (0).  I Qubit, invece, possono assumere valori frutto di mescolanze di on e off. Questo fa sì che incrociando diversi Qubit è possibile ottenere contemporaneamente un numero estremamente elevato di valori. Per questo l’uso del bit quantistico consente calcoli complessi a una velocità nettamente maggiore rispetto ai computer  tradizionali. La nuova generazione di processori quantistici, il D-Wave Two, lavora a 512 Qubit, mentre il modello precedente, D-Wave One, lavorava a “soli” 128 Qubit.
I primi esperimenti condotti da Google mostrano che il nuovo processore è notevolmente più veloce. Nei calcoli con 500 variabili e altre condizioni secondarie, il D-Wave, nella maggior parte dei casi, si è dimostrato 11mila volte più veloce di un computer  tradizionale e nelle operazioni più complesse addirittura  50mila volte.
Va detto che il calcolatore quantistico risulta più veloce rispetto ai tradizionali solo per la soluzione di certi problemi. Per questo motivo sia Google che D-Wave sottolineano che queste macchine non andranno a sostituire la tecnologia esistente, bensì andranno ad integrarla.
A questo punto va aggiunto che  l’intero universo  quantistico è estremamente sensibile, anche a interferenze quasi impercettibili, e questo rende l’adozione di processori quantistici particolarmente complicata e onerosa. E’ fondamentale schermarli da qualsiasi campo magnetico, radiazioni o shock. Ecco spiegata la necessità del packaging criogenetico, per mantenere la temperatura costante vicinissima allo zero assoluto. Risulta  poi difficile documentare gli esperimenti relativi alle proprietà caratteristiche dei quanti, il che non fa che alimentare lo scetticismo di alcuni. Nella storia della scienza ci sono esempi di prove contraffatte, dichiarazioni esagerate, sviluppi di tecnologie prive di utilità, come le false scoperte nello studio delle staminali e nell’ambito della fusione fredda.
Il critico più agguerrito della D-Wave  oggi è certamente Scott Aaronson, esperto di computer al MIt: lui fa notare che al momento sono disponibili solo ”prove indirette” del fatto che i processori  targati D-Wave  funzionino realmente secondo le leggi della meccanica quantistica. A suo dire anche la partecipazione di Google dimostra soltanto che il calcolatore della D-Wave « serve unicamente a effettuare esperimenti nel Campo della fisica, al fine di capire la funzione della macchina» .
Dubbioso anche il Professor Matthias Troyer, esperto di meccanica quantistica al Politecnico di Zurigo. «Impossibile affermare con certezza che un processore D-Wave sia in grado di performance maggiori rispetto ai computer tradizionali. E poi la domanda più rilevante, non è quanto sia veloce, bensì in che modo aumenti il tempo necessario per risolvere un problema in base alla sua complessità».
D-Wave  lavora utilizzando il cosiddetto modello quantistico adiabatico, mentre gran parte della ricerca focalizza la propria attenzione sul cosiddetto recinto quantico. Questi 2 modelli si differenziano in maniera sostanziale. Secondo Ladizinsky è proprio per questo che nessuno, a parte la D-Wave , è arrivato sino a questo punto; e il fisico è convinto sia il motivo alla base dello scetticismo che circonda l’azienda. «Ma invitiamo chiunque a salire su un aereo, a venirci a trovare e lasciarsi spiegare ogni cosa con calma». Vari ricercatori hanno già accettato l’invito, e lo scorso anno i processori sono stati testati dagli esperti di Harvard. Alcuni scienziati della University of Southern California hanno pubblicato sulla rivista Nature questa dichiarazione: «Il macchinario sembra comportarsi come un processore quantistico».
Per contrastare ulteriori critiche, D-Wave  da anni pubblica regolarmente i risultati delle sue ricerche. Sono uscite già una sessantina di dissertazioni:  «Per quanto ne so siamo l’unica azienda privata del settore high-tech a fare cose simili», dice Vern  Brownell,  ex Chief Technology Officer di Goldman Sachs, a capo della D-Wave One dal 2009.
Brownell tratta con clienti pronti a condividere le ricerche sulle possibilità del calcolatore e a renderle trasparenti. Non parla di costi, ma certo non sono tante le aziende che possono permettersi di avere in casa uno di questi macchinari. Ciò nonostante l’azienda vuol condividere in rete con imprese del settore IT e sviluppatori di software la tecnologia dei suoi calcolatori tramite il Cloud computing.  «Chiunque deve poter approfittare delle nuove possibilità offerte dalla nostra tecnologia, anche lo sviluppatore che sta lavorando alla nuova versione dell’iPhone».
Dove porterà questa strada, in che tempi, al momento nemmeno Ladizinsky lo sa. Gli operatori tradizionali non sono in grado di prevedere le opportunità che porteranno i computer quantistici. «Con 100 mila processori o la capacità di calcolo di Google sarebbe forse possibile simulare 30 Qubit interconnessi» aggiunge Ladizinsky.
Ma se il prossimo step della D-Wave  contemplasse la presenza di migliaia di Qubit dentro un processore?
«Non possiamo che stare a vedere se le leggi della fisica andranno in frantumi. Se poi il modello adiabatico dovesse rivelarsi inadatto alla realizzazione di una machina dei sogni capace di processare in un secondo dati per cui sino ad oggi erano necessari mille anni»,  conclude Eric, «ne prenderemo atto. E ci metteremo a costruire qualcosa di diverso».     
(© 2013 New York Times-Traduzione di Micaela Calabresi)

 

Il computer perfetto

Così nasce D-Wave,  il primo computer quantistico al mondo.

di Thomas Schultz

© 2013 New York Times - Traduzione Micaela Calabresi

 

Il minuscolo marchingegno, collegato a un groviglio composto da cavi, placche di metallo e conduttori lunghi un paio di metri, è custodito in una scatola nera grande come una cassetta per gli attrezzi. All'interno la temperatura viene mantenuta costante, a una frazione di grado sopra lo zero assoluto (-273.15 gradi Celsius), e il silenzio e il buio sono totali. Solo così il mondo bizzarro della meccanica quantistica, un universo in cui ogni cosa è differente, può rivelarsi.

Alla periferia di Vancouver c'è un hangar che ospita una mezza dozzina di questi macchinari; è la sede di D-Wave l'unica azienda al mondo che produce processori quantistici programmabili. La D-Wave nata 14 anni fa da un gruppo di sognatori, dicono alcuni. Da una squadra di geni, sostengono altri. Al momento sembrano aver ragione i sostenitori questa seconda opzione.

La sua esistenza per molti anni è rimasta nell'ombra, nota solo a pochi eletti. I progetti sviluppati nei laboratori dell'azienda sono sempre stati giudicati, persino dagli esperti, folli e privi di realistiche prospettive. Ora invece l’ interesse nei confronti di D-Wave sta crescendo in maniera esponenziale.   

Certo, tra i motivi c'è il nome di uno investitori più recenti, Jeff Bezos, il numero uno di Amazon, una teste più brillanti in ambito tecnologico, che ha deciso di destinare alla D-wave vari milioni di dollari del proprio patrimonio personale. E nell'azienda, oltre a Bezos, ha investito anche la Q-Tel,  una realtà finanziata dalla Cia.

NeI frattempo, la D-Wave ha iniziato a  vendere i suoi primi computer quantistici a clienti come Google, la Nasa, e dal 2011,  Lockheed Martin, azienda leader negli Usa nei settori dell'ingegneria aerospaziale e della difesa.

Finora, il bizzarro regno subatomico della meccanica quantistica, nella percezione dell’immaginario comune era rimasto relegato  in qualche luogo non ben definito  (non-luogo n.d.r.) tra Einstein e Star Trek.

 Si tratta di concetti complessi, ancora oggi inafferrabili anche per gli scienziati più brillanti, decenni dopo che geni della fisica come Werner Heisenberg,  Niels Bohr, e poi Richard Feynman, hanno formulato le loro teorie.

In chiave tecnologica, i computer quantistici hanno un ruolo principale solamente nella fantascienza. Il mondo dei quanti è percepito come del tutto assurdo, poiché consente a due condizioni diametralmente opposte di verificarsi: acceso e spento, si e no.  Una realtà teorica nella quale un gatto può esser contemporaneamente vivo e morto: l’ha dimostrato il fisico Erwin Schrödinger, in un famoso esperimento mentale del 1935.   

Sino ad oggi gli esperti erano convinti che sarebbero stati necessari ancora decenni prima che potesse  essere realizzato un computer in grado di elaborare le leggi della meccanica quantistica: 0 e 1 nello stesso momento, in condizioni di sovrapposizione.  Le conseguenze sarebbero incredibili, fantastiche verrebbe da dire, e, proprio per questo motivo, praticamente impossibili da immaginare. Ma Google ha già reso noto di aver sviluppato algoritmi basati sulla meccanica quantistica. E sembra che anche altri clienti della D-Wave stiano ottenendo risultati positivi dai propri esperimenti. Tutti sperano in qualcosa di grandioso: sognano una seconda rivoluzione informatica, auspicano passi avanti nell'ambito dell'intelligenza artificiale, forse una nuova industria nel settore IT (Information Thecnology),  capace dì collegarsi in rete ai processori quantistici e sviluppare software finora inimmaginabili.

Sì, perché dominare il mondo dei quanti significa poter fare calcoli ad  una velocità notevolmente superiore-in teoria sino a  milioni di volte più rapidamente – di quanto accade oggi.  Ciò consentirebbe di effettuare calcoli  impossibili per i super-processori “tradizionali", e trovare  soluzioni in tempi brevi a problemi che necessiterebbero di cento anni di calcoli. “ La speranza è che i computer quantistici possano condurci a nuove scoperte, allo sviluppo di tecnologie capaci  di modificare in maniera sostanziale le nostre attuali metodologie di soluzione dei problemi». Lo dice la dichiarazione congiunta di Google e Nasa rilasciata a maggio di quest'anno in occasione dell'inaugurazione del Quantum Artificial Intelligence Laboratory (QuAIL, www.nas.nasa.gov/projects/ quantum.html).

Gli ingegneri di Google hanno detto che  i calcolatori saranno utilizzati per la soluzione di problemi preclusi ai computer tradizionali, come  i  calcoli-modello relativi ai cambiamenti climatici, alle automobili prive di  conducente, al riconoscimento vocale. Al contempo, la Nasa spera di usare questi  innovativi processori per scoprire nuovi pianeti simili alla terra, o per sviluppare  nuovi sistemi di propulsione per veicoli spaziali. 

<Ci troviamo di fronte a una rivoluzione simile a quella degli albori dell'informatica> dice Ray Johnson, ingegnere capo della Lockheed Martin  <Tutto ciò modifica in maniera radicale ciò che pensiamo dei computer.>

L'azienda sta facendo esperimenti con le macchine della D-Wave per  testare il corretto funzionamento del software dei suoi aerei militari, e per simulare gli effetti  di un'eruzione solare su un sistema di satelliti. Ma mentre alcuni già stanno fantasticando sulle nuove strade che questi processori apriranno, mentre altri più scettici si domandano se un simile sistema si potrà mai  davvero funzionare. Alcuni fisici sostengono che l’azienda non fa che produrre aria calda. Altri scienziati del settore sostengono che il processore è veloce ma solo grazie alle tecniche tradizionali, non certo per la meccanica quantistica. Il numero di critici è diminuito, ma non si è azzerato.

<E’ insito nell’essere umano rifiutare e criticare inizialmente tutto ciò che è nuovo, diverso> dice Eric Ladizinsky, co-fondatore e ricercatore capo della D.Wave.  Se vi venisse chiesto di individuare un fisico quantistico in mezzo ad una moltitudine di persone semplicemente dal suo modo di presentarsi, Ladizinsky molto probabilmente sarebbe l’ultimo che prendereste in considerazione: più che uno scienziato, sembra un atleta, col suo metro e novanta di altezza, il volto abbronzato e la t-shirt super attillata.

Ladizinsky, che oggi ha 51 anni, ha letto il suo primo libro sulla meccanica quantistica a 11 anni.<Ovviamente era scritto per profani>, precisa. Non male comunque. Successivamente studia fisica alla University of California di Los Angeles, covando grandi sogni. Volevo sviluppare un sistema di propulsione a curvatura, il motore Warp di Star Trek per intenderc, sognavo di costruire una macchina del tempo> ricorda ora Ladizinsky.  Finita l’università, il fisico viene assunto dallaTrw, un’azienda produttrice di satelliti. Nel reparto di tecnologia avanzata, viene di nuovo a contatto col mondo dei quanti, e lavora ad un  dispositivo che lavora sulle interferenze quantiche. Il momento decisivo,  il vero Big bang, arriva nel 1997, in occasione di una lezione tenuta dal fisico John Preskill.  Il professore parla delle fantastiche opportunità che verrebbero a crearsi se la fisica quantistica incontrasse l’allora emergente    industria dei computer.

In quel momento Ladizinsky prende la sua decisione: <questa è la cosa più straordinaria che abbia mai sentito. Costruirò un calcolatore quantistico!>

Convince il suo capo alla Trw a concerdergli un giorno a settimana da dedicare a questo ambizioso progetto.Durante i primi due anni indaga a fondo sullo status quo della ricera in questo ambito. Legge un libro sul Progetto Manhattan: dozzine di scienziati provenienti dalle discipline più diverse, chiusi in un laboratorio del New Mexico, avevano sviluppato, in pochissimi anni e dal nulla, la bomba atomica.

Ladizinsky trova la risposta all’annosa domanda: come si accelera il progresso? Ecco la risposta:Per costruire un computer quantistico in dieci anni anziché in 50, devo dare vita ad un mini progetto Manhattan>. Inizia a creare una rete di esperti di sistemi quantistici, e raccoglie fisici e ingegneri da ogni angolo del paese. A questo punto cera di copiare la metodologia sperimentata con successo dai realizzatori della bomba atomica, ricreando le combinazione tra ricerca pubblica, sovvenzioni statali e interessi militari. Nel 2000 il governo statunitense viene a conoscenza del suo lavoro programma e decide di finanziare un progetto di ricerca e sviluppo gestito dalla Darpa (Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa), la stessa autorità che aveva avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di internet.

Ladizinsky vince il bando ma i 10 milioni richiesti arrivano in piccole tranche e divisi fra tante istituzioni. Seguono tre lunghi anni di costanti frustrazioni, di progressi ridotti all’osso. Ladizinsky rinuncia al progetto e ancor oggi non si può dire se sia stata fortuna o intuizione. Liberatosi della Darpa, di nuovo alla ricerca di denaro, Eric incontra Geordie Rose che negli anni 90, mentre studiava fisica alla University of British Columbia di Vancouver, aveva cominciato a interessarsi ai calcolatori quantistici. E Rose, all’epoca del suo incontro con Ladizinsky, gode di un vantaggio non indifferente: ha già trovato un finanziatore.

Corre l’anno 2003 e i due fisici decidono di mettersi in società, mentre Ladizinsky recluta esperti, Rose colleziona brevetti. Oggi nella lobby della sede centrale dell’azienda, ne sono appesi più di 100, uno accanto all’altro.

Il Lavoro procede rapidamente, anche perché la D-Wave ha deciso di non occuparsi di alcuni aspetti tecnici che avrebbero potuto benissimo risolvere altri. Invece di mettere in piedi internamente una mini produzione di processori quantistici, Ladizinsky si rivolge ad un produttore di chip che all’interno del suo processo industriale ha momenti di inattività e può mettere a disposizione di terzi i propri impianti di produzione. <L’unica cosa che ho dovuto fare, è stato spiegare all’esperto di semiconduttori come realizzare dei superconduttori> racconta il fisico.